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sabato 28 maggio 2016

Etimologia del gusto


GUSTO: s. m. [lat. gustus -us; nel sign. 3 b, deverbale di gustare]. – 
1. Uno dei cinque sensi di cui l’uomo è dotato: è il senso specifico esercitato attraverso gli organi gustativi o organi del g. (papille contenute nelle varie parti della cavità orale, nervo glossofaringeo, corda del timpano), per mezzo del quale viene riconosciuto e controllato il sapore delle sostanze introdotte nel cavo orale. 
Locuzioni: stuzzicare il g.; piaceredispiacere al g.; perdereriacquistare il g.; gfine,acutodelicatogottusogrossolanoguastocibo graditopiacevole al g.; medicina intollerabile al gusto
2. Sapore:cioccolatini di gsquisitocaramelle al gdi lamponeminestra di poco g.; questo caffè ha uno strano g.; sentire,distinguere il gdei cibi
3. estens. a. Soddisfazione, piacere che si prova assaporando cose buone, o che paiono buone:divorò tutto il pranzo con gran gustob. ant. Assaggio, anche in senso fig.: se la

Il gusto nel Vecchio Testamento



Nel Vecchio Testamento sono presenti dei riferimenti al gusto in modi differenti.
 Troviamo il riferimento al Signore per farci toccare con mano quello che realmente è in grado di fare per noi


Salmi 34

9 Gustate, a prova, che buono è il Signore:
felice l’uomo che a lui fa ricorso.

Salmi 26

4 Una cosa ho chiesto al Signore,
questa sola io cerco:
abitare nella casa del Signore
tutti i giorni della mia vita,
per gustare la dolcezza del Signore
ed ammirare il suo santuario.

Sapienza 16
20 Invece sfamasti il tuo popolo con un cibo degli angeli,
dal cielo offristi loro un pane già pronto senza fatica,
capace di procurare ogni delizia e soddisfare ogni gusto.

Abbiamo un riferimento al gusto in senso negativo

I Padri del deserto e il gusto


Cosa mangiavano i padri del deserto?

Se si dà un’occhiata al menù di questi asceti del IV-V secolo sono sempre presenti il brodo, oppure le zuppe di verdure, di cereali e di legumi.
- Un posto importante è riservato al pane. La Storia lausiaca non manca di informarci che sul monte di Nitria in Egitto c’erano «sette forni per la panificazione che servivano agli anacoreti del deserto» (HL 7,2: 39). Questo alimento era presente anche nelle varianti delle focacce, delle gallette e dei biscotti, la cui secchezza e durezza serve a far risaltare ancor di più la frugalità del loro modo di nutrirsi e alimentarsi.
- Il vino è sempre offerto con moderazione. Il rischio è quello dell’ebbrezza e che i demoni del vizio e dell’intemperanza si possano insinuare attraverso di esso.
- In generale i condimenti non sono guardati con favore. Il sale è sempre presente in quantità limitata. Esso ricorda l’azione che il cristiano deve portare nella realtà, perciò non è necessario sprecarlo a rischio di fargli perdere tutto il suo sapore (cf. Mt 5,13).
- Per quanto riguarda le carni viene raccomandata in generale l’astinenza, eccezion fatta per i soggetti più deboli e per le carni dei volatili. Il pesce invece (si tratta quasi sempre di pesciolini) viene comunemente cucinato e regolarmente consumato.
- Le concessioni che vengono fatte al dolce sono il latte, il miele, la frutta, soprattutto fichi, cocomeri e qualche primizia che veniva a maturazione a seconda delle stagioni. Ricordiamo, per esempio, che a rimpiazzare i dolciumi sicuramente c’erano anche i fichi secchi che facevano gola all’abate Arsenio (Arsenio 16: AP 45).

Le arti e il gusto

Carraci - Mangiatore di fagioli

un video introduttivo di Philippe Daverio sulla relazione tra arte pittorica e gusto.


Il gusto è sicuramente un fatto personale, soggettivo ci sembra quasi non ci sia nulla da spiegare ma in realtà c’è molto di più; è un piacere che ci gratifica, ci esalta, ci consola, ci identifica e ci unisce.
Perché mangiare significa molto più che calmare la fame?
Scienziati e artisti sono arrivati alla stessa risposta perché è il gusto che ci ha reso gli uomini e le donne che siamo perché è il gusto che possiede la chiave della nostra salute perché il gusto è come l’amore non possiamo farne a meno.
Il legame fra arte culinaria e arti figurative è molto più stretto di quanto si possa immaginare. Si tratta di una relazione secolare che affonda le sue radici nella tradizione classica del fare pittura. Basta sfogliare Il Libro dell’Arte di Cennino Cennini per rendersi conto che i cuochi e i pittori facevano uso delle stesse materie prime e di analoghi strumenti. Il libro, composto dal pittore veneto sul finire del XIV secolo, è uno dei più interessanti manoscritti in cui si tramandano le tecniche delle botteghe artistiche medievali: nelle sue pagine s’incontrano lo zafferano, utilizzato per estrarre il colorante giallo e il ginepro, dalla cui resina si produceva una ottima “vernice liquida”, adatta a rendere brillanti i colori; viene descritto il mortaio, indispensabile per la macinazione dei minerali dai quali si ricavavano le polveri coloranti; è spiegato come ottenere buona carbonella, pregiata non solo per cuocere le carni o il pesce, come ben sapevano i cuochi, ma indispensabile anche per fare carboncini da disegno o per preparare i pigmenti neri degli inchiostri. L’elenco potrebbe continuare con il vino, il miele, il latte, la mollica del pane, le uova che non sono solo alimenti necessari per un buon banchetto, ma anche gli ingredienti fondamentali per gli impasti cromatici e la tavolozza di un abile pittore.
Alla stregua di una gustosa pietanza, spesso definiamo “buono” un bel dipinto, preparandoci a “mangiarlo con gli occhi” quando la sua bellezza richiede tutta la nostra attenzione.
Le papille gustative dell’universo culinario tracciano sentieri che mirabilmente