sabato 28 maggio 2016

Le arti e il gusto

Carraci - Mangiatore di fagioli

un video introduttivo di Philippe Daverio sulla relazione tra arte pittorica e gusto.


Il gusto è sicuramente un fatto personale, soggettivo ci sembra quasi non ci sia nulla da spiegare ma in realtà c’è molto di più; è un piacere che ci gratifica, ci esalta, ci consola, ci identifica e ci unisce.
Perché mangiare significa molto più che calmare la fame?
Scienziati e artisti sono arrivati alla stessa risposta perché è il gusto che ci ha reso gli uomini e le donne che siamo perché è il gusto che possiede la chiave della nostra salute perché il gusto è come l’amore non possiamo farne a meno.
Il legame fra arte culinaria e arti figurative è molto più stretto di quanto si possa immaginare. Si tratta di una relazione secolare che affonda le sue radici nella tradizione classica del fare pittura. Basta sfogliare Il Libro dell’Arte di Cennino Cennini per rendersi conto che i cuochi e i pittori facevano uso delle stesse materie prime e di analoghi strumenti. Il libro, composto dal pittore veneto sul finire del XIV secolo, è uno dei più interessanti manoscritti in cui si tramandano le tecniche delle botteghe artistiche medievali: nelle sue pagine s’incontrano lo zafferano, utilizzato per estrarre il colorante giallo e il ginepro, dalla cui resina si produceva una ottima “vernice liquida”, adatta a rendere brillanti i colori; viene descritto il mortaio, indispensabile per la macinazione dei minerali dai quali si ricavavano le polveri coloranti; è spiegato come ottenere buona carbonella, pregiata non solo per cuocere le carni o il pesce, come ben sapevano i cuochi, ma indispensabile anche per fare carboncini da disegno o per preparare i pigmenti neri degli inchiostri. L’elenco potrebbe continuare con il vino, il miele, il latte, la mollica del pane, le uova che non sono solo alimenti necessari per un buon banchetto, ma anche gli ingredienti fondamentali per gli impasti cromatici e la tavolozza di un abile pittore.
Alla stregua di una gustosa pietanza, spesso definiamo “buono” un bel dipinto, preparandoci a “mangiarlo con gli occhi” quando la sua bellezza richiede tutta la nostra attenzione.
Le papille gustative dell’universo culinario tracciano sentieri che mirabilmente
s’intrecciano con le trame dell’arte, come ben sapeva il pittore e critico tedesco Anton Raphael Mengs che scrisse: “IL gusto della pittura può essere, come quello della gola, assuefatto bene o male, poiché l’occhio si avvezza come la lingua. Bevande o cibi forti rovinano il gusto, ma cibi leggeri conservano il delicato senso della lingua. Così è nella pittura: cose esagerate e sovraccariche rovinano il gusto dell’arte”. Nella storia dell’arte esistono interessantissime rappresentazioni degli alimenti di cui l’uomo si è sempre nutrito: erbe raccolte dalla terra, frutti colti dagli alberi, primizie vendute al mercato, ogni tipo di specie animale che fa bella mostra di sé nelle nature morte.
Ricotta: preparazione, Tacuinum Sanitatis, Parigi, Biblioteca Nazionale di Francia


Nei Tacuina sanitatis, che sono la più ricca testimonianza della vita e dei costumi medievali, sono raccolte le norme del vivere bene e primariamente viene indicata, come regola fondamentale, il nutrirsi correttamente. Affinché ciò avvenga, bisogna conoscere gli alimenti, coglierli nella giusta stagione, saperli trattare. Il testo è puntualmente accompagnato da splendide miniature che mostrano non solo le figure all’opera nella raccolta dei frutti o nella preparazione del cibo, ma anche personaggi intenti a godersi il prodotto di tale fatica. Qui la fascinazione grafica e cromatica dell’illustrazione aumenta esponenzialmente il potere comunicativo della parola.


Jeremias van Winghe, Domestica in cucina, 1635, olio su tela, cm 115×85, collezione privata


Nel genere della natura morta, i pittori d’oltralpe seicenteschi furono dei maestri assoluti, come dimostra l’opera del tedesco Jeremias van Winghe. A dispetto del titolo “Domestica in cucina”, risulta evidente a chi si pone di fronte a questa “tavola” che il vero soggetto del dipinto non è la figura femminile, né tanto meno le persone ritratte sullo sfondo, bensì l’esposizione di ogni specie commestibile che l’artista ha riprodotto, con assoluta verosimiglianza, in primo piano.
Si tratta di un vero e proprio banchetto per gli occhi e, come il gatto che appoggia golosamente la zampa sulla carne, lo spettatore sente la tentazione di allungare la mano per prendere lo scintillante bicchiere o per servirsi di qualche oliva.

Dall’antichità classica fino alle più recenti avanguardie, l’arte è costellata di banchetti di ogni tipo, dai cenacoli sacri legati al racconto della vita di Cristo alle tavolate profane e festose degli impressionisti fino alle surrealiste mense imbandite da Salvador Dalì o dagli esponenti del Nouveau Réalisme.

Suggestive e curiose sono le opere di Giuseppe Arcimboldo o Arcimboldi, come è nominato in diversi documenti d'archivio (Milano, 5 aprile 1526Milano, 11 luglio 1593) è stato un pittore italiano, noto soprattutto per le "Teste Composte", ritratti burleschi eseguiti combinando tra loro, in una sorta di trompe-l'œil, oggetti o elementi dello stesso genere (prodotti ortofrutticoli, pesci, uccelli, ecc.) collegati metaforicamente al soggetto rappresentato, in modo da sublimare il ritratto stesso.



“Le quattro stagioni” di Giuseppe Arcimboldo 1526-1593



Affresco cesto di fichi di Oplontis(Napoli)

Nella cultura italiana fin dagli antichi romani molte opere artistiche e decorazioni sono state rappresentate con passione per esaltare il cibo.
Questo modo di fare viene ripreso nella pittura più alimentare che esiste che sono le ultime cene dove appare una sorta di racconto complessivo del cibo dal tardo medioevo fino al primo rinascimento; con la grande rivoluzione alimentare diventa una delle realtà della potenza politica ed economica italiana.

Infatti il cibo diventa un motivo di esaltazione, diventa la rappresentazione del potere della classe sociale e indica un fatto di prestigio (pane e legumi per i poveri, dolci e selvaggina per le classi elevate). Il "Mangiatore di fagioli" di Annibale Carracci, il "I Mangiatori di ricotta" di Campi e la "Vecchia cuciniera" di Velasquez, sono tutti dipinti accomunati dalla presentazione di cibi poveri che rappresentano la ricompensa per il duro lavoro svolto dai più miseri.

Ci siamo spesso trovati di fronte a innumerevoli opere d'arte, rappresentanti il cibo e non ne coglievamo il significato, perché utilizzare proprio quegli alimenti e in quello specifico contesto.
Inizialmente il cibo veniva inserito come elemento secondario e accessorio all'interno dei quadri e veniva utilizzato per allestire una determinata scena e/o per rappresentare un preciso ambiente.

In età antica si disegnava principalmente su utensili, dai bicchieri ai piatti, alle brocche.
Il cibo era la base di numerosi riti sacri, assolvendo due principali funzioni: avere il consenso e la benevolenza di Madre Natura e contemporaneamente togliere la colpa per aver sottratto le materie prime alla terra. Se inizialmente figurava come elemento del reale e come indice del benestare del magnate che commissionava il dipinto, il cibo all'interno delle opere d'arte inizia ad assumere una vera e propria valenza simbolica a partire dal Medioevo e più nello specifico con la simbologia cristiana.
Non sarà solo legato alla virtù ma anche al vizio, al peccato capitale e con certezza alla Gola.
Nel Medioevo, i cibi assumono significati allegorici, non tanto legati al sostentamento e alla nutrizione, quanto al fattore culturale, rendendo espliciti i rapporti e la differenza tra le classi sociali, identificando regioni geografiche, il susseguirsi delle stagioni e persino le fasi della vita.

In epoche precedenti, le vivande vengono implicate nei riti religiosi, soprattutto nelle feste; ecco perché spesso al centro della scena di un dipinto troviamo il banchetto, simbolo di convivialità e socializzazione, sul quale le sontuose portate si contrappongono alla vita spirituale.

Nel Medioevo la consumazione del pasto, specialmente in occasione di un banchetto, seguiva un preciso rituale la cui supervisione era affidata al “maggiordomo” o “maestro di casa”: nell’Alto medioevo si trattava del “cellarius” il dispensiere incaricato all’approvvigionamento del cibo, ruolo poi passato allo “scalco” l’incaricato al taglio della carne sulla tavola del Signore. Nel Rinascimento questa figura assume il nome di “Maestro di Cerimonia”, responsabile del personale di servizio, dell’aspetto della tavola, della composizione del menù, del tema e tenore degli intrattenimenti.

Ecco come viene definito dal letterato cinquecentesco Sperone Speroni: "Egli è poeta, che canta versi per sfuggire al tedio e alla stanchezza. È geometra quando sceglie e dispone pezzi tondi e quadrati, chiari e scuri, a seconda della pietanza e del vassoio, è matematico quando conta le scodelle e le pentole, pittore quando cobra gli arrosti, le salse e i sughi. E’ medico perché sa cosa è più digeribile e cosa meno, e fa giungere i piatti in tavola nella giusta sequenza, chirurgo che sa tranciare con maestria, filosofo perché conosce la natura dei cibi, delle stagioni, degli elementi ignei più o meno forti. Egli è vario come la sua arte, dolce e amaro a un tempo".


La scena che maggiormente veniva rappresentata nella società medievale era "L'Ultima Cena" nella quale si evidenziano i principali cibi-simbolo.

Ultima Cena – Leonardo da Vinci 1494-149
Questo famoso dipinto si basa sul Vangelo di Giovanni 13:21, nel quale Gesù annuncia che verrà tradito da uno dei suoi apostoli. L'opera si basa sulla tradizione dei cenacoli di Firenze, ma come già Leonardo aveva fatto con l'Adorazione dei Magi, l'iconografia venne profondamente rinnovata alla ricerca del significato più intimo ed emotivamente rilevante dell'episodio religioso. Leonardo infatti studiò i "moti dell'animo" degli apostoli sorpresi e sconcertati all'annuncio dell'imminente tradimento di uno di loro.
Del calice col vino non si fa parola nel vangelo di Giovanni, nel quale non è neppure narrata l'istituzione dell'Eucaristia; la mano di Pietro posata sulla spalla di Giovanni è il gesto narrato nello stesso quarto vangelo, in cui si legge che Pietro fa un cenno all'apostolo più giovane e gli chiede chi possa essere il traditore (GV 13:24). L'aspetto di Giovanni infine fa parte dell'iconografia dell’epoca, riscontrabile in tutte le "ultime cene" dipinte da altri artisti tra il XV e il XVI secolo, in cui si rappresentava l'apostolo più giovane (il "prediletto" secondo lo stesso quarto vangelo) come un adolescente dai capelli lunghi e dai lineamenti dolci. In particolare ricordiamo che nella Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, Giovanni viene descritto come un "giovane vergine" il cui nome "significa che in lui fu la grazia: in lui infatti ci fu la grazia della castità del suo stato virginale".
Anche la mancanza delle aureole, che a certi scrittori di mistero è parsa "sospetta", in realtà non ha nessuna valenza eretica. Tanti altri artisti prima di Leonardo, soprattutto di area nord-europea, avevano omesso le aureole nelle loro opere di soggetto sacro.



“Sacra Conversazione” o anche detta “Pala di Brera”, di Piero della Francesca (1472 ca. – tempera e olio su tavola) 
Questa tempera su olio è anch’essa di grande significato simbolico. L'opera presenta al centro la Madonna in trono in posizione di adorazione, con le mani giunte verso Gesù Bambino addormentato sul suo grembo. La sua figura domina la rappresentazione e il suo volto è il punto di fuga dell'intera composizione. Il trono si trova poggiato su un prezioso tappeto anatolico, un oggetto raro e prezioso ispirato a dipinti analoghi dell'arte fiamminga. Attorno vi è una schiera di angeli e santi. La particolare disposizione del gruppo sacro centrale è rara ma documentata già nella bottega muranese dei Vivarini o in un polittico di Antonio da Ferrara presente nella chiesa urbinate di San Donato dal 1439. Probabilmente la posizione venne scelta dal committente per il collegamento con un sentimento a lui caro, la pietà filiale. In basso a destra si trova, appunto, inginocchiato e in armi, il duca Federico. Fa da sfondo alla composizione l'abside di una chiesa dalla struttura architettonica classicheggiante. Il Bambino ha appeso al collo un ciondolo di corallo che cela rimandi al rosso del sangue, simbolo di vita e di morte, ma anche della funzione salvifica legata alla resurrezione di Cristo. La stessa posizione addormentata era una prefigurazione della futura morte sulla croce. Federico è esposto più all'esterno, fuori dall'insieme degli angeli e dei santi, come prescriveva il canone gerarchico dell'iconografia cristiana rinascimentale.           L'impianto prospettico del dipinto converge in un unico punto di fuga centrale, collocato all'altezza degli occhi della Vergine il cui volto ovale si pone perfettamente in linea con l'uovo di struzzo che pende dal catino absidale, di cui riproduce la forma perfetta. L'armonia della composizione è ottenuta attraverso la ripetizione di un modulo circolare: la volta a botte in alto, lo sfondo scandito da pannelli di marmo e i santi disposti intorno alla Vergine sottolineano la struttura semicircolare dell'abside. L'uovo è l'emblema universale della natura e si lega all'immagine di Cristo che risorge.                         Torniamo a parare quindi della simbologia Sacra con l'ostia che rappresenta per antonomasia il corpo di Gesù insieme alla figura del pesce che sta ad indicare anche l'acqua, fonte di vita e il battesimo e rimanda all'episodio biblico della pesca miracolosa. L'uva e nello specifico il vino rinvia al sangue di Cristo, tant'è vero che Sant'Agostino, in uno dei suoi scritti, paragona Gesù ad un grappolo d'uva, mentre nell'arte profana viene associata al Dio Bacco e viene considerato lo strumento che, tramite lo stato d'ebrezza, facilita la comunicazione con il divino. Il pane è l'elemento che maggiormente figura sia nelle opere laiche che in quelle sacre ed indica il corpo di Gesù e la forza inarrestabile della natura.
La mela, altro elemento molto frequente, nella mitologia greca rimandava alla figura di Venere e delle Tre Grazie,
Casella di testo: “Primavera” di Sandro Botticelli
 Mentre posta nelle mani di Adamo ed Eva si riferisce alla caduta dell'uomo e alla negazione dell'Eden.



Tra le mani di Gesù diviene invece simbolo della missione di redenzione del genere umano.
Il melograno è un albero leggendario, sinonimo da millenni di fertilità per tutte le culture che si sono lasciate sedurre dai suoi frutti, ricchi di semi dall’accattivante colore rosso ed espressione dell’esuberanza della vita.
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Il suo frutto è stato rappresentato fin dall’antichità solo o tra le mani di divinità per le quali era sacro. Più tardi lo troviamo posto nella mano di Gesù Bambino alludendo alla nuova vita da lui donataci oppure nelle mani della Madonna (famosissima quella di Botticelli). Nell’arte copta si incontra, invece, l’albero del melograno come simbolo di resurrezione.                              Le leggende, le tradizioni ed i simbolismi collegati al melograno sono tanti quanti i suoi semi! Simbolo universale dell’eros, della fertilità, della prosperità, della fortuna, ma anche dell’Aldilà, cantato da Omero, narrato da Salomone e da Shakespeare, fatto diventare leggenda dai romani, raffigurato in numerosi quadri.   Nei quadri medievali e rinascimentali le forme del cibo risultano essere essenziali e semplici, diventando così attributo nella rappresentazione di scene religiose.

Si dovrà aspettare il 1596 perché Caravaggio dipinga la celeberrima “Canestra di Frutta”, prima opera conosciuta nella quale il cibo non è accessorio, ma protagonista assoluto della tela. Agli inizi del seicento compare nell’arte il termine “Still Leben”, letteralmente “vita ferma”, poi tradotto in “natura morta”, con il quale si indicano quelle opere che rappresentano elementi statici come libri, strumenti musicali, e naturalmente cibo.

Caravaggio, Canestra di Frutta

IL gusto nella letteratura

Gustave Flaubert.
Rouen, 12 dicembre 1821Croisset, 8 maggio 1880) è stato uno scrittore francese. È considerato l'iniziatore del naturalismo nella letteratura francese ed è conosciuto soprattutto per essere l'autore del romanzo Madame Bovary e per l'accusa di immoralità che questa opera gli procurò. Tuttavia Flaubert viene ricordato in ambito letterario anche per opere quali L'educazione sentimentale e Salammbô, oltre che per la sua passione per lo stile e l'estetica.
 Flaubert racconta la vita di madame Bovary una donna alla ricerca di un sogno nella sua vita, qualcosa sta per accadere e ha il sapore di un annuncio… Un invito a un ballo …
In questo celebre romanzo la descrizione cessa di essere un elemento ornamentale della narrazione per divenire tempo allo stato puro.
La descrizione degli oggetti che riempiono la stanza sulla cui soglia Emma Bovary si sofferma un istante e rivelando al lettore nella sua realtà soggettiva più profonda: non un semplice attimo, ma un lasso di tempo in cui un intero mondo va incontro alla protagonista.
In casi analoghi a questo, saltare la descrizione equivale a perdere il “respiro” del romanzo.

Marcel Proust scrittore, saggista e critico letterario francese.
Dal suo monumentale romanzo Alla ricerca del tempo perduto estrapoliamo una frase che senza punti disseziona tutto in particolari anche poco importanti e con una tecnica sopraffina, ci porta a una realtà riuscendo a far percepire le sensazioni, facendoci assaporare sentimenti nuovi e portando il lettore ad un esperienza di gusto raffinato.
La sua bravura nella tecnica di sintassi e l’attenzione che pone al lettore lo rendono affascinante e coinvolgente trasmettendo una vera e propria ambizione nel suo esporsi.
Lui credeva fermamente di poter arrivare nel cuore del mondo, proprio attraverso la sua tecnica.



Gioacchino Rossini 1792-1868
Compositore italiano conosciuto per essere stato uno dei più grandi operisti della storia della musica.
Autore di lavori famosissimi e celebri quali: il barbiere di Siviglia, l’italiana in Algeri, la gazza ladra, la Cenerentola e Guglielmo Tell.

Le ricette del Rossini bon vivant
Rossini era un amante della buona cucina. Sin da bambino – secondo i suoi biografi – avrebbe fatto il chierichetto essenzialmente per poter bere qualche ultima goccia del vino contenuto nelle ampolline della Messa.
Ma, lo si capisce facilmente, questa asserzione – pure riportata in passato – ha il sapore della leggenda che, nel tempo, si è costruita attorno ad un personaggio sicuramente dalle molte sfaccettature e ricco di ironica originalità.
Alcune delle frasi che gli vengono attribuite e che, per questo aspetto, meglio lo definiscono sono: “l'appetito è per lo stomaco quello che l'amore è per il cuore”. “Non conosco” era solito aggiungere “un lavoro migliore del mangiare”; “Per mangiare un tacchino dobbiamo essere almeno in due: io e il tacchino”; “Mangiare, amare, cantare e digerire sono i quattro atti di quell'opera comica che è la vita”.
Il compositore era spesso alla ricerca di prodotti di ottima qualità che faceva giungere da diversi luoghi: da Gorgonzola l'omonimo formaggio, da Milano il panettone, ecc.
Era anche grande amico di Antonin Carême, uno dei più famosi chef dell'epoca, il quale gli dedicò parecchie delle sue ricette; al che Rossini contraccambiò dedicando proprie composizioni musicali al grande cuoco. Una delle ricette che Rossini amava di più è l'insalata che aveva personalmente ideato, composta da mostarda, limone, pepe, sale, olio d'oliva e tartufo.
Durante la visita di Richard Wagner nella sua villa di Passy, è stato narrato che Rossini si alzasse dalla sedia durante la conversazione quattro o cinque volte per poi tornare a sedersi dopo pochi minuti. Alla richiesta di spiegazioni da parte di Wagner, Rossini rispose: "Mi perdoni, ma ho sul fuoco una lombata di capriolo. Dev'essere innaffiata di continuo".
Nel libro "Con sette note", di Edoardo Mottini, è scritto che un ammiratore – vedendolo così allegro e pacifico – chiese al maestro se egli non avesse mai pianto in vita sua: "Sì", gli rispose Rossini, "una sera, in barca, sul lago di Como. Si stava per cenare e io maneggiavo uno stupendo tacchino farcito di tartufi. Quella volta ho pianto proprio di gusto: il tacchino mi è sfuggito ed è caduto nel lago!".
Della passione culinaria di Rossini restano varie ricette, nelle quali compare sempre il tartufo d'Alba, o forse, meglio, di Acqualagna, viste le origini del Maestro, e, tra queste, i Maccheroni alla Rossini, ripassati in padella col tartufo, ed i tournedos alla Rossini, cuori di filetto di manzo cucinati al sangue, poi coperti con foie gras e guarniti col tartufo.

Jean Anthelme Brillat-Savarin (Belley, 1º aprile 1755Parigi, 2 febbraio 1826) è stato un politico e gastronomo francese.
 Scrisse una memoria sul duello e alcuni trattati giuridici, ma la sua fama è interamente legata a un libro divagante e aforistico, La fisiologia del gusto (Physiologie du Goût, ou Méditations de Gastronomie Transcendante; ouvrage théorique, historique et à l'ordre du jour, dédié aux Gastronomes parisiens, par un Professeur, membre de plusieurs sociétés littéraires et savantes), che mescola amabilmente nozioni scientifiche, riflessioni filosofiche, aneddoti storici, consigli e ricordi. L'opera, che fonda la figura dell'intellettuale gastronomo e che è un caposaldo teorico della cucina borghese, eserciterà una straordinaria influenza sulla letteratura culinaria successiva.

Francesco Petrarca (Arezzo, 20 luglio 1304Arquà, 18/19 luglio 1374) è stato uno scrittore, poeta e filosofo italiano, considerato il fondatore dell'umanesimo e uno dei fondamenti della letteratura italiana, soprattutto grazie alla sua opera più celebre, il Canzoniere, patrocinato quale modello di eccellenza stilistica da Pietro Bembo nei primi del '500.
Uomo moderno, slegato ormai dalla concezione della patria come mater e divenuto cittadino del mondo, Petrarca rilanciò, in ambito filosofico, l'agostinismo in contrapposizione alla Scolastica ed operò una rivalutazione storico-filologica dei classici latini. Fautore dunque di una ripresa degli studia humanitatis in senso antropocentrico (e non più in chiave assolutamente teocentrica), Petrarca (che ottenne la laurea poetica a Roma nel 1341) spese l'intera sua vita nella riproposta culturale della poetica e filosofia antica e patristica attraverso l'imitazione dei classici, offrendo un'immagine di sé quale campione di virtù e della lotta contro i vizi. La storia medesima del Canzoniere, infatti, è più un percorso di riscatto dall'amore travolgente per Laura che una storia d'amore, e in quest'ottica si deve valutare anche l'opera latina del Secretum.
Le tematiche e la proposta culturale petrarchesca, oltre ad aver fondato il movimento culturale umanistico, diedero avvio al fenomeno del petrarchismo, teso ad imitare stilemi, lessico e generi poetici propri della produzione lirica volgare dell'Aretino.
https://www.youtube.com/watch?v=hcrpTkNA5dw

«Le operazioni dell'immaginazione sono i princìpi da cui nascono i sentimenti del gusto. Per il fatto che essi nascano dall'immaginazione non significa che essi siano fantastici, immaginari o ideali. Essi sono universalmente prodotti dalla forza dell'immaginazione, che è estremamente importante, visto che essa influisce sulle operazioni dell'anima. Le operazioni che dipendono dall'immaginazione possono esser assai forti per formare del gusto, ma mancare nello stesso tempo della vivacità e dell'estensione che fanno il genio».
Alexander Gerard (Scozia, 17281795) filosofo scozzese



Per saperne di più segnaliamo:



- La prefazione di questo libro offre degli spunti interessanti, il libro inoltre ha dei capitoli dedicati al senso del gusto nell'arte e nella letteratura, magari in biblioteca si trova...

- Altro articolo interessante lo potete trovare qui

- Video sulla appresentazione del cibo i significati nella storia dell’arte

- il significato dell’icona del santissimo corpo e sangue di Cristo, la parola e la sua rappresentazione (ho un libro)
Rinascimento e accenno umanesimo

                                                                  (il Rinascimento)

                                      (il giudizio universale Michelangelo cappella Sistina)

                                                         (pietà di Michelangelo)

Cinema: Vittorio Gassman
tratto da" l uomo dal fiore in bocca


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