sabato 28 maggio 2016

I Padri della Chiesa e il gusto



L’espressione sensi spirituali – utilizzata sovente nella forma singolare come senso divino, senso spirituale o senso interiore, impiegata al plurale in analogia con i cinque sensi corporali – traduce una semplice constatazione, un’esperienza facilmente verificabile e ben espressa da Giovanni nel suo vangelo: «Dio nessuna persona lo ha mai visto» (Gv 1,18). Tuttavia, Dio non può essere totalmente separato dall’uomo, creato a sua immagine e somiglianza: in qualche modo Dio deve manifestarsi alla sua creatura e rendersi conoscibile. Come l’uomo esteriore è dotato di un corpo che possiede organi sensoriali adatti alla percezione del sensibile, così, l’uomo interiore possiede organi specifici atti alla percezione delle realtà divine, spirituali e immateriali: del resto, la conoscenza di Dio non dipende dall’occhio del corpo, ma dallo spirito. 

ORIGENE



Il riferimento a Origene, eminente rappresentante della scuola di Alessandria nel terzo secolo, è d’obbligo trattandosi di colui che ha dato l’avvio alla dottrina dei cinque “sensi spirituali”, spintovi, tra l’altro, dalla sua stessa tendenza a interpretare allegoricamente ogni allusione biblica al numero cinque come riferimento ai cinque sensi.

A proposito dei profeti, Origene così scriveva:

 « La loro vista e il loro udito era spirituale; similmente essi gustavano e odoravano, per dir così, con un senso che non era sensibile; ed era così che toccavano il Verbo con la loro fede, in modo da ricevere la sua emancipazione che li purificava; ed era così che essi vedevano quelle cose che riferiscono di aver vedute, e udivano quel che dicono di aver udito, e provavano altre simili cose, di cui parlano, come quando dicono di aver mangiato il rotolo d’un volume che era stato dato loro (cfr. Ez. 3, 2)...

Sui sensi spirituali Origene scriveva:

«L’uomo esteriore ha il gusto; anche l’uomo interiore ha il gusto spirituale di cui è stato detto: " Gustate e vedrete che soave è il Signore ( cfr. 1Pt. 2,3).


AGOSTINO

Le confessioni


Per renderci familiare la dottrina sui sensi interiori è necessario riportare anche il pensiero di un grande testimone della tradizione cristiana, sant’Agostino, il quale espone con insuperata bellezza l’impatto che l’esperienza religiosa ha sull’insieme dei nostri sensi.


“Tardi ti ho amato, bellezza cosa antica e cosa nuova, tardi ti ho amato. […] Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, gustai e ho fame e sete; mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace” (Confessioni)


E’ nel prolungamento dei cinque sensi che Agostino coglie dio, sembra confermare che nel movimento che porta l’uomo a rientrare dentro di sé per cercare Dio, i sensi del corpo non devono essere rigettati. Occorre tuttavia che la Grazia intervenga per purificarli e orientarli verso di Lui,
quali strumenti di una nuova dimensione esistenziale.


«Ciò che sento in modo non dubbio, anzi certo, Signore, è che ti amo. Folgorato al cuore da te mediante la tua Parola, ti amai, e anche il cielo e la terra e tutte le cose in essi contenute, ecco, da ogni parte mi dicono di amarti, come lo dicono senza posa a tutti gli uomini [...]. Ma che amo, quando amo te? Non una bellezza corporea, né una grazia temporale: non lo splendore della luce, così caro a questi miei occhi, non le dolci melodie delle cantilene d’ogni tono, non la fragranza dei fiori, degli unguenti e degli aromi, non la manna e il miele, non le membra accette agli amplessi della carne. Nulla di tutto ciò amo, quando amo il mio Dio. Eppure amo una sorta di luce e voce e odore e cibo e amplesso nell’amare il mio Dio: la luce, la voce, l’odore, il cibo, l’amplesso dell’uomo interiore che è in me, ove splende alla mia anima una luce non avvolta dallo spazio, ove risuona una voce non travolta dal tempo, ove olezza un profumo non disperso dal vento, ov’è colto un sapore non attenuato dalla voracità, ove si annoda una stretta non interrotta dalla sazietà. Ciò amo, quando amo il mio Dio» (Confessioni, 10,6.8 e 27).




L’idea che ogni organo sensoriale sia chiamato a discernere e giudicare un particolare oggetto è ribadita da Agostino anche in uno dei suoi sermoni. L’occasione è offerta da un commento al Vangelo di Luca (Lc 14,19): 


Dei sensi del nostro corpo se ne contano cinque, come sanno tutti, e anche quelli che forse non sono abituati a riflettere, li riconoscono senz'altro se vengono richiamati alla loro memoria. Orbene, cinque sono i sensi del nostro corpo: la vista negli occhi, l'udito nelle orecchie, l'odorato nelle narici, il gusto nella bocca, il tatto in tutte le membra. Gli oggetti bianchi e neri o colorati in qualsiasi modo, quelli luminosi e oscuri li percepiamo con la vista; i suoni striduli e quelli armoniosi li percepiamo con l'udito, gli odori disgustosi e i profumi li percepiamo con l'odorato; le cose dolci o amare le percepiamo col gusto; gli oggetti duri o molli, quelli lisci e quelli ruvidi, quelli caldi e quelli freddi, quelli pesanti e quelli leggeri li percepiamo col tatto. I sensi sono cinque ma ognuno forma una coppia. Che però formino delle coppie appare facilmente solo nei primi tre sensi: due sono gli occhi, due le orecchie, due le narici: ecco tre coppie. Anche nella bocca, cioè nel senso del gusto si trova, per così dire, un doppio senso, poiché mediante il gusto non si assapora nulla se non si tocca con la lingua e col palato. È più difficile scorgere come il piacere sensibile prodotto dal tatto ha un organo doppio: esso infatti è esterno e interno; anch'esso dunque è doppio. 

Il corpo è opera di Dio, il quale ha disposto gli organi sensoriali in una maniera tale per cui all’uomo sia concesso, attraverso l’anima, vedere, udire, odorare, gustare e toccare. Non c’è alcun dubbio che se è l’anima ha guidare il corpo, l’attività sensoriale ha sede nel corpo. In questa dicotomia anima / corpo; intelligibile / sensibile, l’anima si manifesta nell’intelligenza, il corpo nei sensi.


 Mondo interno e mondo esterno sono messi in comunicazione attraverso le porte dei sensi: il gusto sarà allora la porta attraverso cui la mente conoscerà, nel senso pieno del termine, ciò che in natura è buono, cioè confacente alla natura corporea dell’uomo, e ciò che, invece, è contrario a tale natura e perciò nocivo.  


Scrive Agostino nel De moribus Ecclesiae catholicae et de moribus Manichaeorum :


L’altra creatura è il corpo. E se l’anima è qualcosa di intelligibile, ossia che si può conoscere solo attraverso l’intelligenza, l’altra creatura comprende tutto il sensibile, cioè per quanto così dire, dà qualche notizia di sé per mezzo della vista, dell’udito, dell’odorato, del gusto e del tatto, ed è necessario che si inferiore rispetto a ciò che si afferra con la solo intelligenza 


Agostino ribadisce il concetto in un passo delle sue Epistulae: 


Quanto al gusto e al tatto però non vi è alcun dubbio che ciò che gustiamo e tocchiamo non lo percepiamo se non nel nostro corpo.


Tra le sensazioni dolorose, causate dalla difficoltà che l’anima incontra nell’esercitare le sue funzioni, rientrano anche fame e sete.  Così Agostino nel De musica:


 Quando invece viene meno ciò con cui si rinforza la debolezza del corpo, ne deriva un impoverimento e dato che l’anima diventa più cosciente a causa di questa difficoltà dell’azione e non le è nascosta questa sua attività, si dice fame e sete.


Se fame e sete, sensazioni dovute alla scarsità di cibo, determinano un indebolimento del corpo, provocando sensazioni non certo piacevoli, anche mangiare troppo è avvertito dall’anima con un senso di disagio:


Quando poi i cibi ingeriti sono oltre il bisogno e dalla loro pesantezza sorge la difficoltà di agire, questo non avviene senza che l’anima se ne accorga e poiché non rimane nascosta questa azione, si avverte l’indigestione.


L’anima - sostiene Agostino - si serve dei sensi con un equilibrio tale che, in potenza, riesce a controllare attentamente le passioni del corpo e a unire il simile con il simile. 


 Il senso, che è presente anche quando non sentiamo nulla, è uno strumento del corpo ed è usato dall’anima con un equilibrio tale che la fa essere più pronta a controllare attentamente le passioni del corpo per unire il simile con il simile e respingere ciò che sia nocivo.


. A proposito del piacere di mangiare e del rapporto, spesso ambiguo, che intercorre tra questo e la necessità di alimentarsi, Agostino scrive:


 Abbiamo bisogno del sostegno degli alimenti. Se non fossero piacevoli non li potremmo neppure prendere e con nausea li respingeremmo: dobbiamo anche guardarci dai pericolosi fastidi. La debolezza del nostro corpo ha bisogno non solo del cibo, ma anche del suo sapore, non per appagare la libidine, ma per salvaguardare la salute. Quando la natura pertanto richiede in certo modo i sussidi che le mancano, non si chiama libidine, ma solo fame o sete. Quando, però, dopo aver consumato il necessario, l'amore del cibo sollecita ulteriormente l'animo, già è libidine, già è male cui non bisogna cedere ma resistere.

[…] Quanto a maggior ragione spetta a noi conoscere e distinguere quale sia la necessità di mangiare e quale il piacere della voracità. È compito nostro nutrire con lo spirito desideri avversi alle voglie della carne, dilettarci della legge di Dio secondo l'uomo interiore161, e non offuscare minimamente la serenità del suo gusto con piaceri libidinosi. Questo piacere del mangiare, dunque, lo si deve reprimere non col mangiare, ma con l’astinenza.  (Contra Iulianum  )


Secondo gli insegnamenti di san Paolo, scrive Agostino:

  Appare chiaro dunque, come credo, il fine per cui bisogna astenersi dalle carni e dal vino. Questo fine è triplice: reprimere il piacere che abitualmente si prova soprattutto in questi cibi e che in tale bevanda arriva fino all’ubriachezza; avere riguardo per i deboli in riferimento alle cose oggetto di sacrifici e di libagioni; infine, ciò che è più importante, praticare la carità, per non ferire i più deboli che si trattengono dal farne uso. (De moribus Ecclesiae catholicae et de moribus Manichaeorum)



Questo il giudizio finale di Agostino:

 Voi dunque salvate colui che la cupidigia immerge in sordidezze e non salvate colui che, secondo il vostro giudizio, è contaminato dallo stesso cibo, pur riconoscendo che la macchia provocata dalla concupiscenza è di gran lunga più grave di quella causata dalla buona carne. Così accogliete colui che si getta con grande avidità e senza trattenersi sulle vivande condite in modo assai gradevole, mentre respingete colui che, per calmare la fame e senza alcuna cupidigia, mangia indifferentemente qualsiasi cibo in uso tra gli uomini, pronto tanto a prenderlo quanto a rifiutarlo. Ecco i vostri straordinari costumi; ecco la vostra eccellente disciplina e la vostra memorabile temperanza!

(De moribus Ecclesiae catholicae et de moribus Manichaeorum)


Gregorio Magno


Tra i sensi spirituali, Gregorio accorda una assoluta precedenza al senso del gusto. E’ perlustrando questa modalità conoscitiva del gusto che egli giunge ad avvicinare l’estasi mistica all’estasi eucaristica. Entrambe, infatti, si compiono nell’esperienza della “dolcezza di Dio” e, per il Nisseno, l’estasi non è altro che una effettiva trasformazione in Dio operata dalla grazia e dai sacramenti. Termini e simboli impiegati per il gusto rimandano così a quell’esperienza di Dio nella quale concorrono tanto la grazia dei sacramenti quanto l’intimo rapporto tra l’anima-sposa e Cristo - sposo.

I cinque sensi, dunque, sono un dono: il dono della conoscenza. I sensi, poi, possono anche divenire altrettanti nascondigli dell’anima che, dalle verità esteriori, si rifugia nella sua intimità, coltivandone le virtù. E’ quanto si evince da un passo delle Omelie su Ezechiele, dove emerge anche un forte richiamo al simbolismo dei numeri:


Nella Sacra Scrittura - dice Gregorio - i denti oltre a simboleggiare i sensi interni, significano anche i santi predicatori. E quale è la principale occupazione dei predicatori se non quella di convertire i pagani e condurli a nuova vita grazie al messaggio di salvezza cristiana? Chi accetterà di seguire la parola di Dio rinascerà e sarà uomo nuovo

 

(...) A proposito dei santi predicatori (...) ecco perché ad uno di essi, al quale vengono presentati in una visione simbolica i Gentili, viene detto: Uccidi e mangia, cioè: Elimina in essi l’uomo vecchio e assimilali al corpo della chiesa, cioè trasformali nelle tue membra.


In questo caso la rinascita avviene per mezzo della predicazione della parola di Dio, ma è interessante che nel passo in questioni si utilizzi il verbo mangiare e le parole assimilare e trasformare che appartengono alla sfera alimentare. 


Come il cibo è oggetto di trasformazione da parte di chi mangia ad opera del processo digestivo, così il cibo sacro, non più trasformato, ma per così dire “trasformante” è in grado di produrre, all’interno dell’uomo, cambiamenti significativi.

Così, Gregorio, in una delle sue omelie su Ezechiele scrive: 


Avvengono cose nuove nel nostro anima quando si allontanano da noi i vizi dell’uomo vecchio, e si allontanano […] proprio quando il ventre mangia l’insegnamento della parola sacra e le viscere si riempiono fino al midollo. […] Il loro ventre ha mangiato il sacro rotolo e le loro viscere si sono riempite perché la memoria non ha smarrito i precetti della vita che l’intelligenza è riuscita a comprendere, ma l’anima raccolto in Dio li ha conservati, richiamandoli sempre alla memoria e piangendo.



Tuttavia, la parola di Dio non è in grado di nutrire tutti allo stesso modo. Infatti, scrive Gregorio: 


[…] mangia e non si sazia chi ascoltando la parola di Dio, spira ai guadagni e alla gloria del mondo. È giusto dire che non si sazia perché mangia una cosa ma ha fame di altro. Beve ma non si inebria, chi porge l’orecchio alla voce della predicazione, ma non cambia maniera di pensare. Di solito per l’ebbrezza i sensi di chi beve cambiano. Ora, chi si dedica a conoscere la parola di Dio, ma insegue le cose di questo mondo, beve e non si inebria. Se si inebriasse, di sicuro cambierebbe mentalità, non cercherebbe più le cose terrene […] (Homiliae in hiezechihelem)

  


Cibo dolce al pari del miele, tale Parola deve essere riposta ed amata “nelle viscere del cuore”, ma deve essere assimilata nella giusta proporzione, secondo la preparazione spirituale di ognuno di noi. Come il miele infatti è cibo nutriente, ma deve essere preso con misura perché le virtù benefiche di questo alimento non si trasformino in un impedimento per lo stomaco, risultando indigesto, così anche la parola di Dio deve essere “mangiata” in giusta misura:

Se hai trovato il miele, mangiane quanto ti basta, per non esserne nauseato e poi vomitarlo. Si trova il miele quando si gusta la dolcezza dell’intelligenza spirituale. E se ne mangia quanto basta, quando la nostra intelligenza si mantiene, nelle misura della propria comprensione, senza oltrepassarla. È nauseato e vomita il miele che, pretendendo di penetrare oltre la propria capacità, trova la rovine laddove poteva nutrirsi […].


Come il corpo avverte la fame sensibile, così l’anima desidera gustare la Parola di Dio che colmi il silenzio da cui è avvolta:


Nella fame ti scamperà dalla morte e in guerra dal colpo della spada. Come la fame fisica è sottrarre il sostentamento al corpo, così la fame dell’anima è il silenzio della parola di Dio. A proposito di questo il profeta dice manderò la fame sulla terra, non fame di pane, né sete di acqua, ma d’ascoltare la parola di Dio […] Soffriamo la guerra quando siamo bersagliati dalle tentazioni della carne; della quale guerra il salmista dice proteggi il mio capo nel giorno della guerra. E siccome i malvagi quando soffrono la fame della parola di Dio sono anche trafitti dalla spada, il Signore nella fame scampa i suoi eletti […] e nella guerra li protegge dalla spada perché, mentre ristora la loro anima con il nutrimento della sua parola, li rende forti contro le tentazioni della carne […].


Solo gustando la parola di Dio, infatti, l’anima soddisferà la sua brama di verità:


Allora sarai colmato di delizie dall'Onnipotente. L’Onnipotente ci colma di delizie quando ci saziamo del suo amore al banchetto della Sacra Scrittura. Sì, nelle sue parole noi troviamo tante delizie quanti, via via che progrediamo, sono diversi i significati che vi scopriamo. Alcune volte ci nutre il semplice racconto storico, altre volte ci ristora fino al midollo l’allegoria morale velata sotto il testo letterale [..] E si tenga presente che quando uno è colmato di delizie, si placa in qualche modo la sua tensione interiore […] perché quando l’anima comincia a gustare l’abbondanza delle delizie  interiori, non torva più gusto ad occuparsi delle cose terrene[…]quando l’anima innamorata [di Dio] si ristora con l’intelligenza dei misteri, già in essa l’oscurità della vita presente viene illuminata dal fulgore del giorno che avanza, di modo che anche nel buoi di questa vita corruttibile, irrompe nel suo intelletto la forza della luce futura e, pascendosi nelle delizie della parola e da tale pregustazione, si rende conto che cosa al sua fame brami del pascolo della Verità.


Questa parola è spezzata e masticata internamente per essere trasmessa al “ventre della memoria” e nutrire così la vita dell’anima. Anche in questo caso è possibile solo a chi sa rinunciare ai desideri smoderati ed è in grado di attenuare il legittimo bisogno di cibo corporale.

Cristo ci invita al banchetto nel quale l’uomo può accostarsi alla parola di Dio e conoscerne così la dolcezza, un sapore precluso all’’uomo peccatore e a cui, in qualche modo, deve riabituarsi per non incorrere in una vita di angosce. Infatti, scrive Gregorio:


[…] Chi potrebbe amare ciò che ignora? Per questo il salmista ci ammonisce con queste parole gustate e vedete com’è dolce il Signore, per dirci: non potete rendervi conto della sua bontà se non l’avete in alcun modo gustata. Accostatevi al cibo della vita con il palato del cuore così da poterne amare la dolcezza dopo averla gustata. L’uomo restò privo di queste delizie quando peccò nel Paradiso: ne fu escluso quando chiuse la sua bocca di fronte al cibo dell’eterna dolcezza [...] Noi dunque […] siamo in preda al tedio e non sappiamo cosa occorra desiderare. L’angoscia di questo tedio si intensifica quanto più l’anima smette di assaporare quella dolcezza, restando così priva del desiderio perché da troppo tempo ne ha perduto la consuetudine di mangiarne. […] Non potendo gustare nell’intimo la dolcezza a noi preparata preferiamo da stolti questa nostra fame […].


Cristo, dunque, ci invita alle delizie celesti e al convito di Dio, chiamato cena e non pranzo, come sottolinea Gregorio:

Agli occhi della nostra mente quelle delizie da noi disprezzate e ce le ripropone […] Dice infatti un uomo organizzò una grande cena a cui invitò molte persone. […] Egli imbandì una grande cena perché ci procurò la sazietà dell’intima dolcezza. Né invitò molti ma pochi vennero […] Leggiamo poi mandò il suo servo, all’ora della cena, per dire agli invitati di venire. Cosa si indica con l’ora della cena se non la fine del mondo? […] Se dunque è ormai l’ora di cena, quando siamo chiamati, non dobbiamo in alcun modo respingere la chiamata al convito di Dio proprio perché constatiamo che si avvicina la fine dei tempi [...]. Questo convito di Dio non è chiamato pranzo, ma cena perché si sa che questa viene dopo il pranzo e dopo di essa non c’è alcun convito. Siccome l’eterno convito di Dio sarà a noi preparato alla fine, giustamente esso non fu chiamato pranzo ma cena. 


Gregorio esorta ad accettare l’invito di Cristo alla cena del Padre, nella quale i cibi materiali divengono spirituali:


[..] Accettate di buon animo l’invito alla cena del Padre di famiglia che sta nei cieli. Scuotete i vostri cuori e cacciate da essi il tedio che conduce alla morte […] Se siete ancora legati alla realtà della terra forse cercate i cibi carnali. Questi alimenti terreni però vengono tramutati per voi in cibo spirituale. L’agnello speciale è stato infatti immolato per voi nella cena del Signore per sconfiggere il tedio che può colpire la vostra mente. (Moralia in Iob Ep)


Per chi, sotto questo riguardo, è ancora imperfetto l’uccisione e l’offerta dell’agnello nella cena del Signore costituiscono un salutare rimedio, nonostante le inevitabili amarezze della penitenza che ci uniscono alla Passione di Cristo:


[…] Si aggiunge anche, a proposito della cena di Pasqua e i pani azzimi con lattughe agresti. Mangia pane senza fermento chi esercita le buone opere senza la corruzione della vana gloria, chi attua i precetti della misericordia senza mescolarvi delle colpe […] Avevano mescolato questo fermento di peccato con il loro retto agire quelli a cui il Signore diceva […] offrite un sacrificio di lode con il lievito. Compie questo tipo di sacrificio chi presenta a Dio un’offerta che proviene da rapina. Le lattughe agresti, molto amare, devono accompagnarsi alle carni d’agnello. Quando cioè riceviamo il corpo del Redentore esprimiamo nel pianto il dolore dei nostri peccati, affinché l’amarezza della nostra penitenza deterga nell’intimo della mente gli umori della vita perversa. […] E si aggiunge: non mangerete nessuna parte cruda né cotta in acqua. Vediamo ormai come le stesse parole bibliche ci impediscono di stare a una interpretazione letterale. Forse che il popolo di Israele […] usava mangiare l’agnello crudo […]? L’acqua cosa indica se non la scienza umana, come si comprende da ciò che dice Salomone la acque furtive sono più dolci? E le carni crude dell’agnello, di che cosa sono simbolo se non dell’umanità di Cristo presa non in considerazione […]? Ogni nostro intimo pensiero è posto come cottura nella mente. La carne d’agnello non va mangiata né cruda né cotta in acqua perché il Nostro Redentore non va ritenuto soltanto uomo Né dobbiamo cercare di capire con la nostra intelligenza in che modo Dio ha assunto la natura umana […] Giustamente si aggiunge prendete il capo con i piedi e le interiora, essendo il nostro redentore l’alfa e l’omega […]. Paolo attesta che capo di Cristi è Dio. Cibarsi del capo dell’agnello è dunque accogliere con fede la divinità, mentre mangiarne i piedi significa porsi in cerca delle orme della sua umanità […]. E le interiora, cosa simboleggiano se non gli occulti e mistici comandi delle sue parole, che noi divoriamo con avidità le parole di vita? Nel termine “divorare” che altro dobbiamo vedere se non un rimprovero alla nostra pigrizia? […].


E ancora: 


Prenderanno del sangue d’agnello e ne porranno su l’uno e l’altro stipite e sull’architrave delle case in cui lo mangeranno. Quella notte prenderanno in cibo le carni arrostite al fuoco e i pani azzimi con lattughe agresti […] Tutti questi riti sono per noi fonti di grande edificazione se vengono esaminati con i criteri dell’esegesi mistica. […] [il sangue dell’agnello] viene posto su l’uno e l’altro stipite quando è assunto non solo dalla bocca del corpo ma anche da quella del cuore […] Di che cosa sono simbolo le case se non delle nostre menti in cui abitiamo mediante il pensiero? L’architrave della casa è l’intenzione che fa da guida al nostro agire […]. Oppure le nostre case possono simboleggiare il corpo in cui abbiamo dimora finché stiamo nell’esistenza […] Le carni vanno arrostite sul fuoco, che le scoglie se sono state bollite in acqua mentre le solidifica quando le porta a cottura senz’acqua[..]. 


Per indicare la ricchezza dei doni divini custoditi nella Scrittura, Gregorio ricorre alla metafora del convito, frequente in tutte le letterature per indicare i soccorsi dati alla mente e allo spirito, per trarne alimento e vita. Scrivendo a Leandro vescovo di Siviglia, Gregorio si chiede:


E, infatti, che cosa sono le parole della verità se non alimenti per nutrire le nostre anime?


La metafora del cibo che dà vita e, dunque, applicata, in primis alla Scrittura stessa, in cui sono accolte le parole della verità. Compito dell’esegeta è rendere evidente al lettore, chiamato ad essere commensale al banchetto da lui imbandito con l’esposizione della pagina biblica, la varietà dei doni che essa presenta, in modo che

Egli osservando la varietà dei cibi che gli vengono presentati, può scegliere agevolmente che vuole.


Anche le azioni più consuete e quotidiane del vivere offrono spunti al pontefice per discorrere delle realtà dello spirito e dei contenuti della fede della divina rivelazione. Sempre rimanendo in tema di banchetti, nell’esegesi al versetto di Giobbe in cui si legge che i suoi figli erano soliti banchettare in casa di uno di loro, ciascuno nel suo giorno, invitando anche le sorelle per mangiare e bere insieme. Il cenno al convito offre al pontefice lo spunto per discorrere della Scrittura, che

 È per noi ora cibo ora bevanda. È cibo nei passi più oscuri, perché quando si spiega, si spezza e si deglutisce masticandola. È bevanda nei passi più chiari, perché si beve così come si presenta. 


Solo chi ha gustato questo cibo, poi, sarà in grado di disprezzare tutto ciò che è esterno ed effimero:


[…] è dolce vivere in mezzo alle cose umane, ma solamente per colui che ancora non ha gustato nulla dei gaudi celesti […] se uno ha gustato con la bocca del cuore quanto sia grande la dolcezza dei premi celesti […] più gli diventa dolce ciò che vede interiormente, più si converte in amarezza ciò che sopporta esteriormente. [….]. 

 (Homiliae in Ezechielem)

E ancora, sulla dolcezza e sull’amarezza di chi vive conoscendo o rifiutando la parola di Dio,

Gregorio scrive: 


[…] bisogna chiederci, dal momento che sopra, riguardo al rotolo che aveva ricevuto, è scritto fu per la mia bocca dolce come il miele, per quale motivo poi si dice il mio spirito si riempì di amarezza e di indignazione? È molto sorprendente che dolcezza e amarezza stiano insieme. Ma secondo il senso precedente bisogna sapere che se a uno la parola di Dio comincia ad essere dolce nella bocca del cuore, il suo spirito senza dubbio si riempie di amarezza contro se stesso [per il peccato]


Frattanto mentre la bocca si nutre di questo cibo spirituale, tutto l’interno dell’uomo si trasforma e si arricchisce:


[…] Io aprii la bocca ed egli mi fece mangiare quel rotolo […] Noi apriamo la bocca, quando con la mente ci disponiamo a comprendere la parola di Dio. […] i desideri del nostro cuore anelano a respirare gli insegnamenti del Signore per ricevere l’alimento del cibo della vita. […] tuttavia[..]occorre che ci nutra Colui che ci ha ordinato di mangiare. E infatti viene nutrito chi non è in grado di mangiare da sé. E siccome la nostra debolezza non è capace di ricevere le parole celesti, ci nutre Colui che distribuisce a tempo debito la razione di cibo; nel senso che  mentre oggi nella parola di Dio comprendiamo  ciò che ieri non sapevamo e domani comprenderemo ciò che oggi non sappiamo, per disposizione della divina grazia siamo nutriti con il pane quotidiano.[…] Dio […] tende […] la mano verso la bocca del nostro cuore ogni volta che ci apre l’intelligenza e pone il cibo dalla sacra parola nei nostri sensi[…] .


L’uomo piange i suoi peccati e se ne lamenta, avendo assaporato la parola di Dio e desidera divenire ricco di delizie e mentre l’anima riceve un cibo destinato a rimanere in eterno, talvolta è tratta da un insolito sapore di dolcezza, che la compensa di ogni dolore esteriore, poiché


[…] se assapori la gioia interiore che non finisci mai, subito diventa lieve tutto ciò che esteriormente procura dolore. (Moralia in Iob)

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